di Emiliano
Avete
presente quando si sente il bisogno di andare?
Quando si sente il bisogno di uscire?
Magari dopo settimane che si e’ stati, non costretti, in casa?
E’
come quando si e’ rimasti a leggere ore per finire quel libro,
quel libro che non si vedeva l’ora di finire, perche’ ci si
sente vuoti quando quel libro non finisce, ci si sente non completi.
E’
alla fine del libro che allora si e’ pronti, che ci si muove.
Cosi
fu, che mi misi in viaggio anche se il mio libro, comunque,
non era ancora finito, e forse non volevo finirlo, volevo continuare
a leggerlo, li’,buono, al mio posto.
Avete
mai avuto un posto vostro? Dove eravate soli? E non pensavate
di esserlo?
Quando
ero bambino mi ricordo che della casa in cui vivevo, sceglievo
un posto, un campo, un ambito dove portavo tutte le mie cose
e rimanevo li’ a giocare.
Mi
rifugiavo nel bagno di casa, rimanevo li’ con tutte le mie illusioni
ed i miei giocattoli, era l’unico posto dove potevo “Chiudermi”
a chiave, lasciar fuori tutti, ero solo io.
Crescendo
il mio posto chiuso a chiave divenne la moto, divenne la moto
il mio bagno.
Sono
partito lunedi’ scorso con un tempo bellissimo, a Roma c’era
il sole, io ero pronto e con tutti quegli abiti in dosso cominciavo
a sentire caldo, accendo la moto, guardo se ho benzina, ok la
mettero’ al primo distributore, un ultimo sguardo ai bagagli,
che non erano molti, sacco a pelo, zaino e un casco, si un casco
rosso, che avrei poi consegnato a Clelia, quando dopo dodici
ore fossi arrivato a Trieste.
Cominciai
a camminare verso Ravenna e la
statale E45 non mi dava certo una mano con tutti i suoi avvallamenti,
poi all’improvviso persi la strada, mi ritrovai sulla Via Flaminia
non so nemmeno come, ma fatto sta’ che se non avessi sbagliato
in un modo o nell’altro la strada, non mi sarei goduto i splendidi
panorami dell’ Umbria, e forse avrei anche pensato di meno,
si’ pensato perche’ in moto non si fa
altro che pensare.
Arrivo
a Ravenna, non molto stanco e con
tanta voglia di continuare, Ravenna e’ stato sempre il mio primo
contatto con il viaggio, la mia prima tappa, anche quando partii
per la Francia, l’altr anno mi fermai li’ ricordi?
A
Ravenna il mio amico Marco, al
quale io scherzosamente mi rivolgo ironizzando il suono del
suo cognome, mi aspetta sempre, oramai lui sa che se Emiliano
parte prima o poi di li’ andra’ a passare.
Abbiamo mangiato al Munchen Pub,
un posto ben curato dove pero’ non si possono mettere i piedi
sulle panche, il che mi dispiaceva perche’ volevo stendermi
prima dell’ultimo tratto di strada che mi stavo preparando ad
affrontare, aime’, sotto la pioggia , ma le cameriere riuscivano
a vedermi anche da lontano, pensai fossero specializzate, che
avessero seguito un corso del tipo “Piede-Panca il corretto
sedersi al pub”. Nel pub c’e’ addirittura la possibilita’ di
avere un bicchiere personale , che si lascia sempre li’, per
questo non capii, alla domanda della camieriera che ci chiedeva
se avessimo i bicchieri, di cosa parlasse.
Saluto
e vado, che visita breve, ma io devo arrivar a Tieste dissi,
Marco capi’.
Partii
alle ventitre’ circa da Ravenna e per fortuna la pioggia la
vedevo solo da lontano, arrivai a Trieste
alle quattro del mattino, e mentre non lo speravo proprio
vidi Clelia, la mia amica, che mi aspettava
alla stazione con il suo scooterino. Infreddolito e stanchissimo
mi bevo la birra che lei aveva portato e seduto sul molo guardo
la moto, poi il mare, e poi penso che per ora sono uscito dal
bagno.
Di
Trieste insieme a Clelia ho visto un po' di tutto compreso il
Monastero di S. Giusto e il ghetto e il molo “Audace”. Sono
ripartito da Trieste dopo aver consegnato il casco a Clelia,
che ne e’ rimasta entusiasta , di Domenica mattina, devo dire
che era presto, e la giornata era splendida. Ad un certo punto
sull’ autostrada vedo il cartello che indica Udine,
e allora mi sono detto, non l’ho mai vista, vado.
Arrivo ad Udine accompagnato da una pioggia torrenziale che
mi fa camminare a sessanta all’ora.
Pensavo
che fino ad un’ora fa c’era il sole, ma e’ sfiga questa!!
Mi
fermo, lascio la moto raccomandandogli di star buona e vago
per Udine sotto la pioggia.
Sono
le undici, non ho fame , mi ritrovo in un bar del centro dove
ordino un “Negroni”, che sara’
poi il piu’ buono che io abbia mai bevuto,
e rientro nella mia stanza. Altro negroni. Ad un certo
punto preso dalla bellezza della cittadina e anche un po triste,
incontro Sonia, che vedendomi con gli occhiali da sole sotto
la pioggia mi chiede cosa avessi. Non
avevo voglia di parlare, ne di fare nulla, mi misi solo a piangere,
come fossi ancora chiuso e solo nel mio bagno.Sonia mi
tocco’ con un dito e mi chiese di nuovo che cosa avessi. Fuori
dalla nostra stanza ci si sente un po' persi, e poi avevo
deciso di viaggiare cosi’ a lungo per cercare di non farmi sfiancare
dalla cascata di sentimenti ed emozioni dovuti alla fine della
mia storia con la persona che amavo a che amo ancora.
Fuggivo, ecco, fuggivo , ma mentre lo facevo venivo comunque
ripreso.
Che
fortuna, non piove piu’ ora, e si respira un’aria umida e fresca,
che per la carburazione non e’ l’ideale ma in circostanze come
questa e’ bellissima. Ho avuto modo di veder bene e con il sole
i bellissimi portici di Udine e toccavo, quasi, la serenita’
e la pacatezza dei movimenti delle persone, il lento scorrere
della giornata di festa. Di li’ a poco sarei dovuto ripartire
e la cosa non mi piaceva per niente.
Torna
di nuovo il brutto tempo e la ragazza che mi aveva appena conosciuto
mi propose di andare a fare un giro.
Con
Sonia ho visto molto della campagna di Udine, e dintorni della
provincia, avevo bisogno di partire pur
essendo gia’ partito.
Dopo
aver cenato presi la mia decisione: non parto! Dissi, no ce
la faccio, mi misi a dormire e devo dire che fu un’ottima scelta
perche’ la moquette di casa Sonia era fantastica, ed anche la
sua cagnetta Luna era cosi’ simpatica e morbida con me.
Dormii
a lungo quella notte , di un sonno profondo, cosa che non mi
capitava piu’ da tempo, e la mattina dopo fu Lunedi’ e tutto
mi risulto’ cosi’ normale non pensavo per nulla di dover partire,
feci colazione con Sonia dopo di che ci avviammo verso la moto
che dal giorno prima riposava riparata sotto i portici.
Era l’ora, erano le otto quando misi il dito sullo start, e
furono le venti quando spostai l’interruttore su off.
Del
viaggio di ritorno vi diro’ solo una cosa.
La
via del ritorno e’ sempre diversa, sia che si torni da un posto
conosciuto o meno, che si conosca la strada oppure no, nella
via del ritorno si riaprono finalmente gli occhi come se fino
ad ora non avessero visto nulla, o meglio, sentito e visto nulla
, come se avessero lasciato spazio alle nostre piu’ profonde
e sconosciute sensazioni senza vedere altro, e come se nemmeno
gli altri vedessero, sensazioni in un mondo di sole sensazioni,
solo queste a darci tutto come se gli occhi ci avessero lasciato
fare da soli per vedere come ce la saremmo cavata.
Quel posto , quello stesso posto da dove eravamo partiti puo’
non essere uguale al ritorno, come se il posto fosse mille e
mille altri posti.
Non
volevo tornare , non volevo tornare , ma la via del ritorno
mi ha affascinato e poi volevo di nuovo chiudermi a chiave,
fermandomi qui, ovunque.
Emiliano